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Luigi Tarricone

100 anni di fedeltà alla democrazia e al socialismo

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MARIO NANNI

Un affresco di anni irripetibili.

 

 

Lu venticinque maggiu imu votare
E cinca tene lu cervellu finu
No pensu ca no vota Vittorinu.
E’ paisanu, figghiu di furese
Ca face certu onore allu paese
Li furastieri aggianu pacenzia:
‘sta fiata si rivorta la cuscienzia
Curiosi? Continuate a leggere. Troverete il video in coda al pezzo.

RICORDO DI LUIGI TARRICONE, UN GRANDE SOCIALISTA, A 100 ANNI DALLA NASCITA
Tarricone a Bari con Pertini

‘’Ora è tempo di ricordare’’: con questo verso di una sua poesia, vogliamo tratteggiare un ricordo-ritratto di Luigi Tarricone, nel centenario della nascita.
Docente di varie generazioni di studenti, poi preside, animato sempre, anche negli anni dell’attività politica da un’alta passione civile e un afflato pedagogico verso i giovani, Tarricone è stato un grande socialista. Ha avuto una carriera prestigiosa che lo ha visto dirigente nazionale del suo partito, il Psi, poi presidente del Consiglio Regionale nel 1975 e rieletto nel 1980 (ricorrono esattamente 50 anni da quella data).

Quando fu eletto presidente dell’Assemblea regionale, gli telegrafai da Cagliari, dove ero stato appena assunto come giornalista praticante nella redazione dell’Ansa. Gli scrissi una lettera-telegramma in cui sottolineavo che quella carica era un giusto riconoscimento alla sua lunga attività di dirigente socialista e premiava il contributo che aveva dato in tanti anni alle lotte contadine, dei braccianti, all’occupazione delle terre dell’Arneo, in difesa delle lavoratrici del tabacco, le cosiddette tabacchine. Per l’Arneo aveva subito nel 1951 anche un processo insieme con Cristina Conchiglia, un’altra combattente a difesa degli sfruttati. Egli sembrò gradire il ‘’taglio’’ di questo telegramma, il concetto della elezione come un riscatto delle classi lavoratrici, e mi rispose a sua volta con un telegramma di ringraziamento aggiungendo una frase che lì per lì stentai a capire: ‘’che mi ripaga di alcune amarezze’’.

Dopo, colsi una vaga allusione alle pregresse vicende di partito, in cui io, che avevo fatto attività politica per una decina di anni, non mi ero trovato sempre sulla sua linea: egli era della corrente di De Martino, io della sinistra lombardiana. Ma per Luigi Tarricone ho sempre avuto, pur nel dissenso, un rispetto, un affetto, che sconfinava nell’ammirazione.

In fondo, a 18 anni mi iscrissi al Partito socialista proprio per lui, per il suo carisma, per le emozioni che trasmetteva ai giovani, per l’entusiasmo che sapeva infondere nei militanti e in coloro che lo ascoltavano. Lo avevo avuto come professore nella scuola media, e già da ragazzo ne colsi l’aspetto apparentemente burbero e severo, variegato da una verve, tipicamente partenopea, che scioglieva di colpo l’imbarazzo e la timidezza di noi studenti. Il giorno dopo i festival di Sanremo, domandava, come se stesse interrogando in storia, quali canzoni ci fossero piaciute, e spinse perfino un compagno di classe a cantare ‘’corde della mia chitarra’’, mentre altri compagni ridevano e alcuni sghignazzavano.
‘’Ragazzi, si rivolse un giorno alla classe, chi mi sa dire chi è il presidente del Consiglio attuale?’’ Era l’anno 1957. Nessuno alzò la mano, io dissi: Adone Zoli!

Tutti si girarono sorpresi. E lui disse: eh già Nanni lo sa, perché è democristiano! Non si riferiva certo a me, che avevo meno di 12 anni, ma a mio fratello Fioravante, che era uno dei tanti giovani universitari promettenti che gravitavano nell’orbita dell’avvocato Benedetto Leuzzi, leader della Dc a Nardò e dirigente provinciale, nell’orbita di Aldo Moro. Fin da ragazzo leggevo i giornali che mio fratello portava a casa, perciò feci quella bella figura mostrandomi aggiornato sulla politica nazionale.

Da ragazzo avevo seguito i duelli oratori tra Tarricone e Leuzzi, nella cornice barocca della piazza Salandra, una delle più belle piazze meridionali secondo la definizione di un grande giornalista, Giovanni Ansaldo. Ma mentre Leuzzi era il leader della Dc, epperò la Dc non si esauriva pienamente in lui, essendoci altri personaggi, Tarricone era il partito socialista; e per anni egli e il partito furono una cosa sola. Con Tarricone il partito socialista è stato per anni il primo partito della sinistra a Nardò, così come era stato nella elezione per la Costituente (poi il Fronte popolare del 1948 portò a un ribaltamento dei rapporti tra Psi e Pci, e mai più il Psi riuscì a tornare primo nella sinistra italiana).

Nacque a Napoli il 10 dicembre del 1920, nel secondo anno del cosiddetto biennio rosso, con l’ occupazione delle fabbriche, tempi in cui in Italia si respirò un’atmosfera rivoluzionaria e molti guardavano alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Poi seguì due anni dopo la devastante reazione del fascismo. L’origine partenopea lasciò qualche segno, nell’accento, nel gesto e gli attirò anche qualche malevolo commento per certi atteggiamenti apparentemente guasconi. Ma la malevolenza si spinse in certi ambienti, politicamente avversi che influenzarono anche fasce di opinione pubblica, fino a farlo apparire e ad additarlo come ‘’ il forestiero’’, contrapponendolo ai politici ‘’ paesani’’. Debolezze da provinciali, certo, e anche un po’ paradossali, visto che pure il santo protettore del Paese è un forestiero (dell’Armenia).              

Ancor più paradossale poiché Tarricone era di madre neritina doc. Questa taccia di forestiero, però con gli anni si attenuò fino a sparire, per non far cadere nel ridicolo chi la sosteneva. Ricordo una poesia di Uccio Tondo, in occasione di una campagna elettorale per le politiche, in cui si contrapponevano, nella sinistra, Tarricone e l’avvocato Vittorio De Benedittis (Vittorino), del Psdi.

Ne cito qualche strofa per dare l’idea di quei tempi:

lu venticinque maggiu imu votare
E cinca tene lu cervellu finu
No pensu ca no vota Vittorinu.
E’ paisanu, figghiu di furese
Ca face certu onore allu paese
Li furastieri aggianu pacenzia:
‘sta fiata si rivorta la cuscienzia

Forestiero o no, Tarricone ha reso onore al proprio paese con un cursus honorum prestigioso: consigliere comunale, provinciale, regionale, presidente del Consiglio della sua Regione. E come dirigente politico, segretario del partito a Nardò, in anni molto difficili, poi segretario provinciale, regionale, poi membro della Direzione del Psi, quando farne parte contava molto.

Con le ali di questa carriera politica, tentò la via del Senato, come si addice a una qualificata, e ormai purtroppo inattuale, selezione della classe dirigente: il parlamento come punto di arrivo di una carriera politica meritoria fatta di lotte e di successi. Fallì per un soffio l’elezione: ricordo che alcuni giorni prima del voto su un giornale si prefigurò una elezione certa e un ingresso nel Governo. Su un manifesto elettorale socialista, con fondo bianco e senza immagini, era stampato uno slogan che doveva poi diventare il titolo di una fortunata trasmissione televisiva: chi l’ha visto?

Lo slogan così recitava: Caroli? Chi l’ha visto? Io voto Tarricone.

Il manifesto si riferiva al sen. Luigi Martino Caroli che da varie legislature veniva eletto senatore della Dc nel collegio di Nardò senza che mai o quasi mai avesse messo piede nella città che lo sommergeva di voti.
Ma l’ordine di scuderia delle parrocchie era quello: lo scudo crociato non si poteva tradire, neanche per far vincere una degna personalità del proprio Paese. Ciò non impedì che a Tarricone andassero voti anche di settori cattolici, considerati in libera uscita. Ricordo l’ultimo giorno di campagna elettorale: in piazza Salandra, teatro di tanti comizi, la folla era strabocchevole, non c’era un metro di spazio libero. Tarricone fece un discorso dei suoi migliori, proiettato verso l’avvenire, nutrito di speranze e progetti. L’atmosfera della piazza era così carica di emozione e al tempo stesso così solenne che alcuni compagni dei più anziani, appena Tarricone scese dal palco, con i fiori portatigli da una bambina, dissero: professò, sta fiata è fatta.

Ma Tarricone, pur fiducioso, rispose con una citazione di Nenni, non proprio letterale: piazze piene, ma le urne come saranno? (in realtà Nenni diceva: piazze piene urne vuote, ma lì non era il caso di citare alla lettera la frase del patriarca del socialismo italiano).

Infatti, le urne furono copiose, però mancarono poche centinaia di voti. La delusione fu grande. Non solo personale, ma per quello che avrebbe potuto significare per Nardò e il Salento, per un Salento Nuovo, come si intitolava un centro studi che aveva fondato. Era dai tempi di Giovan Bernardino Tafuri, nel dopoguerra, che Nardò non aveva più avuto un senatore, e Tafuri non aveva certo lasciato ricordi memorabili della sua presenza in Senato; erano circolate addirittura ingenerose barzellette. Con Tarricone senatore, la storia di Nardò avrebbe forse preso un’altra strada.

La città e il collegio elettorale dovettero aspettare quasi 20 anni per vedere realizzato il sogno di un senatore socialista di Nardò: la sen. Maria Rosaria Manieri ne fu protagonista, e fu rieletta in cinque legislature, dal 1987 al 2006, ricoprendo incarichi parlamentari importanti come quello di segretario d’Aula e di questore del Senato. Tarricone, da padre nobile, a questo successo diede un forte contributo e un po’ si rivide, per interposta persona, in questo sogno realizzato, con un meccanismo politico e psicologico di transfert, abbastanza comprensibile e umano.

Poiché non voglio fare di Tarricone un ritratto oleografico, o un santino, di cui sarebbe lui il primo a sorridere, dirò che la lotta politica, specialmente negli anni Cinquanta e Sessanta in cui essere socialista comportava rischi, ostracismi, discriminazioni – perfino i funerali religiosi furono negati in qualche caso a militanti socialisti - lo aveva attrezzato a rispondere colpo su colpo, non tralasciando in qualche caso atteggiamenti anche autoritari, e non proprio incoraggianti del libero dibattito interno al partito. Tanto che alcuni giovani promettenti, come Ottavio Risi, se ne allontanarono.

Racconterò due episodi: nella campagna elettorale del 1972, in cui il Psi a Nardò ebbe un tracollo, egli non consentì a Claudio Signorile di venire a fare un comizio: eppure era membro della Direzione e testa di lista (numero 2, insieme con Mario Marino Guadalupi).  
Durezze delle dinamiche tra correnti, si dirà. Ma Tarricone fece di più: convocò un gruppo di giovani, tra cui il sottoscritto, che stavano raccogliendo voti per Signorile. Con un accento tra paternalistico e autoritario disse che egli sapeva di noi ogni movimento, cosa facevamo e dove andavamo. Ingenuamente noi portavamo a sentire in altri paesi del Salento discorsi di Signorile anche qualche vecchio compagno, incuriosito da quel giovane rampante del Psi, pupillo del leader della sinistra Riccardo Lombardi (Signorile aveva allora 32 anni, Tarricone 51), e questi compagni puntualmente andavano poi a riferire tutto a Tarricone.

Egli aveva un indiscusso carisma, e lo sapeva, e veniva talvolta accusato di approfittarne. Nelle riunioni di partito, riusciva a comporre i contrasti quando prendeva la parola alla fine. Una delle lezioni che dava ai compagni era: discutete, approfondite, se non siete d’accordo; ma evitate di risolvere le controversie a colpi di votazione. Votare significa contarsi, significa spaccarsi. Mentre si deve tendere all’unità.

Elegante nel tratto, vestito spesso di blu con un fazzoletto al taschino (Conte non ha inventato niente), non insensibile al fascino femminile, sapeva di piacere per questo suo fascino fatto di qualche ruvidezza mista alla fascinazione intellettuale. Come molti politici, non gli era estranea una certa vanità. Venne a trovarmi più di una volta a Montecitorio. Io lo presentavo ad alcuni deputati, anche noti, fiero del mio antico professore che aveva fatto tanta strada: dicevo per brevità, ministro, le presento il presidente della Puglia. Tarricone bonariamente mi correggeva: Mario, sono il presidente dell’Assemblea regionale.

La prima volta che venne mi disse: raccontami un po’ di storie di quelle che non finiscono sui giornali. Certo, ne devi vedere di cotte e di crude. Scrivile su un diario, chissà dopo alcuni anni quante cose ci ritroverai. Era un saggio consiglio. Rimpiango, come ho scritto nel mio ultimo libro, Parlamento Sotterraneo, di non averlo messo in pratica.

Nel 1990 gli telefonai per fargli gli auguri: compiva 70 anni. Al telefono lo sentii un po’ sorpreso, mi parve di avvertire un sottile disappunto: e tu come lo sai?

A parte che la sua data di nascita veniva indicata puntualmente nelle liste elettorali, non gli dissi come fin da ragazzo avevo saputo quando era nato: seduto al primo banco della scuola media, lo vidi ricevere una volta la visita di una bella insegnante. Rispondendo non so a qual proposito, egli le disse la sua data di nascita, in questo modo: 10, 12, 20. Da allora non l’avevo più scordata.

Concludo questo ricordo personale, dicendo che Luigi Tarricone non appartiene solo alla storia del partito socialista, ma alla città intera, al Salento, alla Puglia. Così come altri personaggi e protagonisti della vita politica neritina, Benedetto Leuzzi, Pantaleo Ingusci, Vittorio de Benedittis, Antonio Casaluce, una interessante figura di dirigente comunista, autodidatta, formatosi alla scuola delle Frattocchie, che incrociava alla pari le armi dialettiche con personaggi culturalmente molto più preparati di lui.

Parliamo di dirigenti agguerriti, combattenti ognuno nel proprio campo, ma ognuno animato da una carica ideale, da una tensione etica, da una visione alta della politica. Stiamo parlando di persone che non ci sono più, ma su di loro non può scendere l’oblìo. Il loro esempio, la loro vita hanno ancora tanto da dire specialmente ai giovani che non li hanno conosciuti.

Mario Nanni

 

 
   
     

 

La Voce di Nardò agosto 2019


 

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